Treviso 1889 – Milano 1947

Arturo Martini scultore che ha operato in Liguria

1968

Nato da famiglia molto povera, dopo essersi formato a Treviso e Venezia come orafo e ceramista, ebbe contatti con la cultura europea (studiò per qualche anno a Monaco e fu a Parigi nel 1911), ma restò sempre legato a forme di espressione tradizionali. Nel 1914 fa parte della Secessione Romana ed espone alla Mostra Futurista.
Nel 1916, chiamato alle armi, riesce ad evitare il fronte e si trasferisce a Vado Ligure dove conosce la futura moglie Brigida Pessaro e dove l’ingegner Polibio Fusconi, dirigente presso l’ILVA Refrattari, gli consente di allestire presso l’azienda uno studio-laboratorio per poter cuocere opere ceramiche di grandi dimensioni. Lavora in ceramica anche a Faenza e pubblica Contemplazioni, un libro senza immagini o parole, con sole tacche nere su unoa sorta di spartito.
Nel 1920 lo scultore sposa Brigida Pessaro e aderisce al gruppo “Valori Plastici“ con cui espone in una mostra itinerante in Germania e quindi nella personale, alla Primaverile Fiorentina.
Lo scultore trevigiano, vadese di adozione, trovò a Vado il calore degli affetti familiari e qui visse uno dei suoi più felici momenti creativi.
La guerra lo aveva portato in Liguria, come tornitore e fonditore di proiettili per l’industria bellica e poi a Vado come operaio specializzato nell’Officina Senigaglia.
Nella cittadina vadese Martini si trasferì nel 1921 dopo il matrimonio con Brigida Pessano, da cui ebbe i due figli Maria (Nena ) e Antonio.
Nel 1923 proprio a Vado realizza il Monumento ai caduti della prima guerra mondiale, suo primo impegno pubblico.

Nel 1923 Martini realizza il Monumento ai Caduti per Vado Ligure, formato da un cilindro su cui poggia una piramide quadrangolare, ai piedi della quale, in corrispondenza dei quattro lati, trovano posto le statue bronzee con figure allegoriche: La Storia,  La Gloria,  il Sacrificio (Pastor Fido) e la Vittoria. I gessi originali sono conservati nel Museo Civico di Villa Groppallo

Negli anni venti, aderendo a Valori plastici, superò il naturalismo ottocentesco riscoprendo e facendo rivivere la solenne umanità della nostra scultura antica.
Nonostante le sue indubbie capacità, stentò a essere riconosciuto per il suo valore e dovette sopportare severe difficoltà economiche.
Fece parte del gruppo di artisti di Ca’ Pesaro.
Nel 1925 è invitato ad esporre con una sala alla III Biennale Romana; nel 1926partecipa per la prima volta alla Biennale di Venezia, dopo i precedenti ripetuti rifiuti.
Nello stesso anno espone alla prima mostra di Novecento ed esporrà anche nella seconda edizione del 1929.
Nel 1929 viene chiamato alla cattedra di Plastica decorativa all’ISIA di Monza e vi rimane fino all’anno successivo: la sua Leda col cigno, scultura in gesso, è rimasta ad arricchire la raccolta dei Musei Civici monzesi.

Nel 1931 riceve il premio per la scultura alla I Quadriennale di Roma; nel 1932 ha una sala personale alla Biennale veneziana. Dal 1937 al 1939 è impegnato in importanti commissioni pubbliche a Milano.
Nel 1941 presenta a Milano alla galleria Barbaroux la sua prima mostra di dipinti. Nel 1942 è chiamato ad insegnare all’Accademia di Venezia
Martini è stato un artista ricchissimo, che si è espresso con altrettanto vigore nel legnoe nella pietra, nella creta e nel bronzo.
Forse avrebbe potuto superare quel limite se fosse stato più libero di approfondire il proprio linguaggio artistico, ma tra le due guerre, divenuto lo scultore ufficiale del regime fascista, era letteralmente travolto dagli impegni: grandi opere celebrative e monumentali (per palazzi di Giustizia, chiese ed università.
Le invidie per il suo successo, e le ingiuste accuse gli resero amari gli anni nell’immediato dopoguerra e la fine che lo colse nel 1947.

C.De Benedetti, La stagione ligure di Arturo Martini, Sabatelli, Savona, 1977
Arturo Martini all’età del periodo vadese

Tra le opere Realizzate nella sua permaneza vadese, significative tappe del suo percorso artistico, sono conservate a Vado Ligure nel Museo di Villa Groppallo il gesso con Il Cieco, del 1925-1926, e Il Benefattore, monumento a don Cesare Queirolo, del 1932-1933, concepito come sarcofago in terracotta su cui è disteso l’uomo abbandonato nel gesto simbolico dell’offerta del pane.

Il Cieco, 1925-1926 (Particolare)

Dal 1920 al 1934 l’artista lavorò e visse periodicamente a Vado, dove stabilì la sua casa in un vecchio convento  adattato ad abitazione. Vado rimase per Martini il luogo degli affetti familiari e del conforto domestico, della serenità. In questi anni importanti Martini  fa tesoro dell’arte antica e dell’arcaismo, proponendo un’immagine realistica della figura umana restituendole plasticità e volume. Tra le opere vadesi citiamo La Madre folle, del 1929, esposta alla Quadriennale Romana del 1931.

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Scultore prodigioso nel forgiare immagini e narrare miti, Arturo Martini (1889-1947) si è consacrato interamente a quest’arte “misteriosa ed egoista” che sottrae ogni energia a chi la pratica, come lui stesso scrisse. Un’esistenza, se priva di momenti epici, tutta votata alla reinvenzione dell’iconografia, tanto che avrebbe potuto dire, con il poeta Lucio Piccolo, “la vita in figure mi viene”. L’infanzia lacerata dalla povertà e dai contrasti familiari in una Treviso ancora medioevale, il talento precoce nel dar forma alla creta, l’impiego – ancora giovinetto – nella bottega di un orefice, l’insperata borsa di studio che gli consente di studiare a Venezia con lo scultore Urbano Nono, sono i primi passi di un individuo nato “in condizioni disperate” ma destinato a rinnovare le arti plastiche. La sua parabola lo condurrà poi a Monaco nel 1909, tappa disagiata quanto carica di stimoli, e a Parigi nel 1912, mentre è tra i “ribelli” di Ca’ Pesaro e aderisce al Futurismo. Terminata la guerra, Martini ha già trent’anni e, seppur riconosciuto come uno dei migliori interpreti dei nuovi ideali classici incarnati da “Novecento” e Valori Plastici, fatica ancora a mantenere sé e la moglie Brigida. Solo alle soglie dei quaranta arriva per lui la “stagione del canto”, una fase felice accompagnata nel 1930 da un nuovo amore con la giovane Egle e nel 1931 dal leggendario premio di centomila lire alla Quadriennale di Roma. Sono gli anni in cui porta la terracotta a vette monumentali e in cui realizza nuovi capolavori in pietra e in bronzo. La serenità culmina però in un voltafaccia. Ormai all’apice della fama, con un accanimento senza precedenti, Martini si scaglia contro la scultura e la accusa di essere “lingua morta”. A questa inspiegabile abiura si aggiungono, implacabili, la malattia e l’umiliazione di un processo di epurazione nel 1945, che gli mineranno le forze fino a spegnerlo a nemmeno cinquantotto anni. Elena Pontiggia narra le vicende umane e artistiche di Martini con lucidità e chiarezza esemplari, arricchendo il volume di dati inediti che gettano nuova luce sul suo percorso espressivo.

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