Gio Raffaele Badaracco

Genova 1648 – 1726

 

 

Le notizie biografiche relative all’artista si desumono essen­zialmente dalla «vita» che gli dedica il Ratti (SOPRANI-­RATTI, 1768-69). Figlio del pittore Giusep­pe, Gio. Raffaele nacque nel 1648 a Genova. Dopo aver appreso i primi rudimenti dell’arte dal padre, che tuttavia morì quando egli aveva soltanto nove anni, si trasferì mol­to giovane, probabilmente intorno al 1660, a Roma. Qui risiedette per un lungo periodo, operando nell’ ambiente del Maratta, del quale fu allievo, ma guardando anche a Pietro da Cortona.

Dopo otto anni trascorsi a Roma, il Badaracco tornò a Genova, non prima però di aver completato la propria educa­zione visitando altre città italiane, fra le quali Napoli, dove soggiornò brevemente, e Venezia, dove invece si trattenne

più a lungo.

Una volta rientrato in patria, egli ebbe un’attività molto intensa, inizialmente come ritrattista, in seguito come pittore di quadri «storiati».

Se di questa prima produzione del Badaracco conosciamo oggi solo il Ritratto di Stefano Lomellino, i suoi numerosi dipinti che ancora oggi si conservano nelle chiese liguri e nelle collezioni pubbliche hanno permesso alla critica più recente di cominciare a delinearne il successivo iter stilisti­co. In particolare dal momento in CUI l’artista, stanco di eseguire ritratti «come spesso succede a’ Pittori Ritrattisti, schivi d’arrischiare il lor credito alla disgrazia di non co­gliere appieno una qualche fisionomia», si dedicò «a com­por d’invenzione», eseguendo dipinti, molti anche per pri­vati, «perIopiù di notabil grandezza ed esprimenti di storie, o sacre, o profane» (SOPRANI-RATTI, 1768-69).

L’analisi delle opere del Badaracco, oltre ad evidenziare l’individualità del suo linguaggio stilistico, facilmente rico­noscibile pur nella molteplicità degli stimoli culturali che vi si intrecciano, rivela come egli, sempre memore della lezio­ne cortonesca e marattesca che non risulta mai del tutto ab­bandonata, si accosti in un primo momento, coincidente con l’ottavo decennio e l’inizio del successivo, soprattutto a Gio. Benedetto Castiglione e a Domenico Piola, mentre in seguito, con un compromesso sempre più evidente fra la pittura di narrazione e lo spirito barocco, si allinei, in sin­toni a con l’orientamento culturale della pittura a Genova fra Sei e Settecento, al filone di Paolo Gerolamo Piola e di Lorenzo de Ferrari.

Appaiono quindi databili agli anni Settanta dipinti come le quattro soprapporte di palazzo Lomellini (NEWCOME, 1980), nelle quali il Badaracco sem­bra guardare in particolare ad Anton Maria Vassallo e a Gio. Benedetto Castiglione. La lezione di quest’ultimo si derivato dalla tela del Grechetto dell’oratorio di San Giaco­mo della Manna, o come le due versioni della Natività, una nella parrocchiale di Pieve di Teco, datata 1684, l’altra a palazzo Bianco,  ispirate invece, anche per al­cune desunzioni iconografiche, alla pala di analogo sogget­to che il Castiglione dipinse per la chiesa di San Luca. Vici­ne a queste due tele, alle quali non è estraneo anche l’esem­pio della pittura di Domenico Piola , si collocano l’Apparizione della Vergine ai Carmelitani della chiesa di Nostra Si­gnora del Carmine, opera per la quale è noto an­che il disegno preparatorio, e l’importante ciclo pittorico dell’oratorio dell’ Assunta di Coronata (Genova ­Cornigliano), certo la più famosa realizzazione del Bada­raeco.
Si tratta di una serie di dieci grandi dipinti riquadrati a stucco, che raffigurano la Madonna Assunta, l’ Ultima Cena e otto scene della Passione di Cristo.

Databile intorno all’ultimo decennio del secolo periodo da ascriversi la grande tela con Mo­sè e il serpente di bronzo, dove non è difficile in­dividuare, rielaborate in un personale linguaggio pittorico, tutte le ascendenze culturali dell’artista, Spiccano poi in quest’opera, tutta orchestrata su una raffinata gamma di toni abbassati, larghe campiture di azzurro: una scelta cro­matica che già il Ratti individuava come tipica del pittore, allorché scrisse che i suoi quadri erano «impastati, come sempre usò, d’azzurro oltremarino finissimo, ch’egli stesso si manipolava. E siccome questo è un colore che non sog­giace a mutazione: così ne viene, che questo medesimo ne’ quadri del Badaracco, sempre risplende e trionfa» (SOPRA­NI-RATTI 1768-69).

Fra le tele riferite al Badaracco citiamo inoltre la Crocifissione con la Vergine, San Giovanni e la Maddalena, firma­ta (Genova, santuario della Madonnetta); la Rimozione del corpo di Sunto Stefano (già Genova, oratorio di Santo Stefano) e gli affreschi dell’abside della chiesa di Nostra Si­gnora delle Grazie, vicini al fare decoroso e corretto di Paolo Gerolamo Piola e di Lorenzo de Ferrari.

Il Badaracco, sempre secondo la testimonianza del Ratti, morì a Genova nel 1726.