Torino 1912 – 1982

Piero Martina iniziò molto giovane il suo apprendistato come fotografo presso lo studio paterno, si avvicinò alla pittura da autodidatta, cominciando a disegnare e a dipingere senza seguire corsi regolari, contemporaneamente, frequentava scrittori e artisti dell’ambiente culturale torinese tra cui  Casorati e il gruppo dei Sei di Torino.
Decisivi, in particolare, furono Francesco Menzio e Carlo Levi che lo indirizzarono e incoraggiarono a intraprendere la carriera artistica.
Al 1934 risale la sua prima opera nota, un S. Bartolomeo scorticato che, mostrando le carni sanguinanti, tiene nelle mani la propria pelle risolto attraverso il suo modo delicato e fluido di proporre le forme, senza definirle, alleggerendole di ogni materia.
Iniziò a esporre a Torino in mostre collettive alla metà degli anni Trenta: nel 1935 e nel 1936 alla Società Promotrice di Belle Arti e nel 1938 alla Sindacale della Società degli amici dell’arte.
I primi dipinti furono paesaggi (Torino, la Liguria, Venezia), ritratti come Donna con il cappello viola  e Donna con cappello in cui affermò l’uso del colore secondo modi impressionistici, e nature morte, in linea con il repertorio di Menzio, Levi e Chessa, come Mele cotogne, cui si aggiunse la citazione matissiana del pesce rosso nel vaso di cristallo, mutuata dai Sei di Torino, come in Natura morta con pesce rosso esposto alla sua prima personale a Genova nel 1938.
Innamorato della Liguria, Martina comincia a frequentare da giovane il Ponente, in particolare il Golfo di Diano e Cervo, dove nel 1937 affitta una casa raffigurata,  in alcuni dipinti, con le  pareti rosa e il giardino con gli agrumi e le palme.
I dipinti presentati alla galleria Genova mostrarono la volontà di raggiungere uno stile proprio e autonomo.
Egli cominciò a fondere gli oggetti, dapprima isolati e corporei, in una comune atmosfera costituita dal colore, che smorzandosi addolciva e dilatava le forme grazie all’uso del bianco, facendo perdere spessore e consistenza agli oggetti e alle figure.
A Genova egli espose anche Interno di studio con cappello del 1937, in cui lo studio di corso Regina Margherita non era soltanto uno sfondo di ritratti ma costituiva esso stesso l’oggetto primario della rappresentazione.
Seguirono, tra il 1939 e il 1943, le personali alla galleria La zecca di Torino e alla Barbaroux di Milano con presentazioni di  Solmi, e quella alla galleria Il fiore di Firenze con un testo di Masciotta.
A Milano espose Figura di donna sdraiata (1940: Milano, GAM) in cui, attraverso il collo di pelliccia e la chioma scura dei capelli, riuscì a dare risalto e volume alla figura.
In questi anni fu il colore a produrre immagini e spazi, dando una particolare luce agli oggetti e provocando emozioni giungendo a creare concretezza in una pittura fatta di accostamenti tonali, consolidando la sua visione fissata in un realismo nudo ed essenziale, come mostrò nella Ragazza al clavicembalo, in cui egli fece vivere tutti gli elementi soltanto come accordo di colore, realizzando un ambiente concreto fatto di passaggi di piani.
Nel 1942 partecipò per la prima volta alla Biennale di Venezia (poi a quelle del 1950, 1952, 1956, 1962 (con 13 opere) ; e dal 1943, per quattro volte, alle Quadriennali romane.

In seguito ai bombardamenti su Torino che distrussero la sua casa, trascorse alcuni mesi ad Alassio e a Firenze, dove frequentò l’ambiente del caffè Giubbe rosse; poi si trasferì in Abruzzo dove incontrò Annunziata (Adelia) Cutò che sposò nel 1944.
Tornato a Torino nel 1946, collaborò all’allestimento di Nozze di sangue di García Lorca e di Woyzeck di G. Büchner al teatro Gobetti e nel 1947 partecipò al premio Torino come espositore.
Questi anni furono contraddistinti da partecipazioni a mostre collettive e da una progressiva evoluzione pittorica, una graduale ricerca di forme essenziali, più saldamente costruite, rinforzando il colore, formato da impasti più densi e corposi, fino ad arrivare a una pittura altalenante tra espressionismo e qualche vaga suggestione di scomposizioni e ricomposizioni formali cubiste.
Dopo la guerra, negli anni della crescita economica, Martina adotta, come luogo di vacanza  e di produzione artistica, dapprima Diano Marina e in seguito San Bartolomeo.
Un viaggio nel Sud d’Italia, in particolare un soggiorno in Puglia intorno al 1949, segnò una svolta importante nella sua attività pittorica, in seguito alla quale adottò un colorismo energico e violento che escluse ogni mezzo tono nei contrasti di luce, adottando sempre nuovi accordi di colori distesi assai spesso nella loro purezza.
Trasferitosi a Roma nel 1950, li espose alla galleria Il Pincio nel 1951, in una mostra personale con sedici opere ispirate ai viaggi nel Sud, presentate dall’amico Levi.
Nella capitale, dominata dal neorealismo di Renato Guttuso, Martina rimase affascinato dalle istanze sociali dell’arte e, tornato a Torino, riscoprì la città operaia.
Studiò dal vero le lavoratrici di una fabbrica tessile, realizzando in questi anni opere che espose alla Biennale di Venezia del 1952 La tessitrice n. 2  che testimonia il suo impegno e la sua partecipazione al dibattito artistico e politico di quegli anni.

Nel 1962 fu nuovamente invitato alla Biennale veneziana dove gli fu riservata una sala personale. Qui espose una serie di quadri intitolati Nudi distesi e Nudi nella vigna, che furono all’origine di una nuova stagione della sua pittura, più ricca di stratificazioni cromatiche e materiche, in cui i gesti e i corpi della figura umana erano resi dal contrasto di colore e di luce.
Intorno al 1960, egli adottò la tecnica dei collages che furono protagonisti della personale tenutasi nel 1967 nelle sale dell’associazione Piemonte artistico culturale di Torino, presentati da Eugenio Montale.
Una posizione centrale è occupata dalla nuova produzione di collage e di carte colorate con inserti a tempera e gesso di cui Montale sottolinea le valenze mitologiche e letterarie.
È il periodo di una intensa attività artistica nella Liguria di Ponente, nell’Imperiese, in particolare a Cervo Ligure nella parte alta del paese, nella casa con giardino che diventa un luogo di lavoro e un centro di artisti e intellettuali e dalla quale si gode una splendida vista: come non ricordare i quadri raffiguranti  la luminosa veduta del Capo Berta.


Attratto dai colori della natura, dipinge nature morte di carciofi montati dalle sfumature violacee, le campanule, le rose e le macchie verdi degli ulivi dalle diverse gradazioni.
Il mare, il sole, le insenature, i golfi liguri costituiscono un tema frequente in molte sue opere, già nei quadri degli anni Cinquanta, ma che viene ora sviscerato attraverso pennellate e colpi di spatola sempre più materici ai limiti dell’astrattismo senza tuttavia abbandonare il linguaggio figurativo.
La sua ricerca visiva e cromatica si sofferma anche sulla rappresentazione della varietà di pesci offerta dalla località marinara: nature morte di scorfani, aguglie, polpi, calamari, sarpe dai colori vivaci.

Non a caso la sua poetica artistica ha ispirato amici letterati e scrittori che hanno composto belle pagine sulla sua pittura: non solo Carlo Levi ma anche Eugenio Montale, Sergio Solmi, Giovanni Arpino e altri ancora.
Piero Martina fu docente al liceo artistico di Torino (1954) ed ebbe le cattedre di disegno e ornato all’Accademia di belle arti di Milano (1966) e di pittura a quella di Palermo.
A Torino nel 1969 divenne titolare della cattedra di decorazione e dal 1970 di quella di pittura all’Accademia Albertina, di cui rimase direttore dal 1973 al 1978.

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