Modena  1885 – Lerici (SP) 1957

Ubaldo Magnavacca pittore che ha operato in Liguria

Ubaldo Magnavacca fu abile incisore, pittore e scultore ma purtroppo l’assenza di datazione di molte sue opere ha comportato una limitata ricostruzione della loro cronologia.
Manifestato un precoce talento nel disegno dal vero a carboncino e sanguigna, fu indirizzato dal maestro Salvatore Postiglione verso lo studio sistematico presso l’Istituto di belle arti di Modena che si tradusse nella scelta della pratica incisoria.
Nel 1914 fu ammesso, in qualità di socio onorario, nella Reale Accademia di belle arti e, l’anno successivo, ricevette un’ulteriore conferma professionale, vincendo il concorso Curlandese a Bologna con l’incisione ad acquaforte L’abside del duomo di Modena,  

L’abside del duomo di Modena, 1914

tema delle absidi romaniche, che ritorna in diverse opere  (Absidi della chiesa di S. Pietro e Absidi della chiesa abbaziale di Nonantola), fu condiviso con altri artisti modenesi; in particolare con Alfonso Artioli e, soprattutto, con Giuseppe Graziosi, pittore al quale risulta legato da un’affine versatilità (pittura, scultura, incisione), oltre che dalla preferenza per i temi agresti.
Nella produzione artistica antecedente la prima guerra mondiale, si dedicò soprattutto alla grafica, ma continuò a praticare il carboncino e il pastello.
Si cimentò inoltre con la tecnica a olio declinando gli stessi soggetti nei diversi procedimenti.
I dipinti di questo periodo (Nudo femminile, Latte del mattino (1909),  Culto dei morti (1912) manifestano l’adesione pittore all’ambito simbolista dannunziano, in particolare alla traduzione pittorica nei toni luminosi e soffusi che ne danno G.A. Sartorio e A. De Carolis.
I contrasti chiaroscurali sono resi con gesti veloci, che rivelano qualche analogia con le pennellate di G. Previati e G. Mentessi.
Nel 1916, sempre come incisore, insieme con A. Baracchi, Artioli e Graziosi, partecipò alla Mostra italiana a Londra con le opere Il ponte dei sospiri, I costruttori di pozzi, L’abside del duomo di Modena, La cattedrale di Reims; ma soprattutto nel decennio compreso tra il 1920 e il 1930 sempre nell’ambito esclusivo della produzione grafica, ottenne il massimo consenso della critica ricevendo l’invito a esporre in cinque edizioni della Biennale di Venezia (nelle sale del bianco e nero e due volte nella sala internazionale) dove presentò Tristi ricordi e Torre dell’abbazia nel 1920, Aratura e Lavandaie nel 1922, Il falciatore nel 1924, Portale maggiore della cattedrale di Modena nel 1926 e, infine, Per il pane, Suol d’Italia, Amalfi e Verecondo viaggio.
Nel 1919 le opere Arco di Tito e Frontone del Duomo di Modena esposte alla Promotrice di Belle arti di Torino furono acquistate dal Re d’Italia per la quadreria reale.

Arco di Tito, 1919


Negli anni Venti si applicò sia alla pittura, sia alla scultura partecipando a diversi concorsi pubblici di Modena e vincendone alcuni e nel 1931 è presente alla I Quadriennale nazionale d’arte di Roma
Ubaldo Magnavacca dal 1934 al 1944 insegnò figura alla libera scuola serale del nudo presso l’istituto d’arte A. Venturi e l’allievo Malavasi, per oltre venti anni, coadiuvò il maestro nella realizzazione di circa 17.000 esemplari.
Le composizioni, dal sereno impianto prospettico, presentano volumetrie scandite da forti chiaroscuri e da gamme cromatiche limitate si tratta di opere, eseguite per lo più a larghe pennellate o spatolate, raggiungono puri equilibri formali che non mancano di un certo classicismo.
Nel 1947 partecipò alla prima mostra di pittura modenese presso la saletta degli Amici dell’arte, dove, nel 1949, gli fu dedicata una personale.
E’ in questo periodo che il pittore iniziò a frequentare sempre più assiduamente la costa ligure fino a stabilirsi a Lerici dove morì nel 1957.

Lerici, 1930 circa

Nell’ultimo decennio della sua vita, in concomitanza con l’espandersi del circuito mercantile delle sue opere, intensificò la produzione pittorica.
Abbandonò quasi del tutto l’uso del pennello per la tecnica a spatola, più immediata e rude, capace di dare risalto alla materia, ma anche di scoprire o graffiare il supporto.
Su quest’ultimo, preparato accuratamente con una imprimitura scura a base di bitume, venivano alternate con sapienza miscelature di colori a diverso grado di essiccazione.
L’irregolare superficie pittorica era infine lucidata con pelle di daino per accentuare gli effetti di contrasto cromatico.
Pur restando lontano dalle posizioni dell'”informale” che si diffuse negli anni Cinquanta, non rimase insensibile alle indagini condotte nell’ambito dell’astrattismo italiano sul colore: nelle sue opere il dato reale, mai del tutto abbandonato, divenne motivo per sperimentazioni coloristico-formali.

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