PARRI CARLO

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Torrita di Siena, 1897 – Genova, 1969

Parri Carlo pittore ligure

Trasferitosi all’età di 11 anni con tutta la famiglia a Genova, si formò alle Accademie di Belle Arti d Roma e di Genova.
Partecipò alle Biennali di Brera, alle Quadriennali di Torino e alle Quadriennali di Roma.
Nel 1938 espose a Genova, all’ Interprovinciale di Belle Arti, in occasione delle celebrazioni dei grandi liguri .
Ha realizzato mostre personali a Genova, Milano e Savona.
A Genova ha fatto parte del movimento di libera iniziativa delle arti del “Gruppo della Casana”, partecipando alla prima mostra sociale nel 1945; dopo aver fatto parte della Società per le Belle Arti ed Esposizione Permanente di Milano, partecipando alle esposizioni annuali dal 1927.
Anche capace ritrattista , espositore dei Premi Nazionali Ritrattistici di Milano e Firenze e presente alle esposizioni nazionali d’arte dell’Accademia di Brera e Biennale di Milano, Quadriennale di Torino, Belle Arti di Napoli Rassegna d’Arte Figurative a Roma; e premi nazionali Natale dell’Arte di Milano, F.P. Michetti di Francavilla a Mare; “Esso” di Genova. Anche espositore della Biennale Internazionale d’Arte Marinara di Genova.
La sua produzione che offre soprattutto ritratti comprende anche una parte di opere improntate all’astrattismo.
“Parri è un toscano, un senese trasportato in Liguria. Dalla terra natale trae l’amore per il rigoroso disegno, per la decisa volontà di non eludere ad una realtà: dalle colline, dai riflessi della sua patria di approdo l’amore per un entusiasmante canto di luci, a sonori contrasti.
Il colore si avventa sulla tela con un impeto ondoso, con una fragorosa polifonia, con una sensuale potenza d’alta marea. Il colore è, per lui, una belva: ch’egli non si cura di ammansire e di addomesticare, e alla cui corsa e ai cui balzi si affida. A braccia aperte egli ama il tuffo in questa vorticosa energia del colore come elemento naturale, ancora selvaggio.
Quando parlo di « colore-belva» mi richiamo alle « fiere », alle « belve » dei fauves: al colore non ancora sofisticato dalla matematica dell’astrattismo, non ancora celebrializzato dalle infinite geometrie e sillabazioni più o meno arcane del nuclearismo.
Il colore è sempre in funzione di una favola paesistica: è la traduzione di uno smagliante messaggio della Natura. E’ diretto a comunicare una gioia, e non una tragica melanconia, come in Vlamiack”.
(Orio Vergani, Milano, 1954)

 

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