Archivio della categoria ‘Pittori Liguri’

 

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          Rita Saglietto, Fuochi d’artificio in porto, olio su tavola, 120×70 cm

 

 

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Nata a Poggi d’Imperia nel 1921, dopo gli studi classici frequentò l’Accademia Ligustica di Genova, allieva di Pietro Dodero, perfezionandosi in seguito a Torino, presso lo studio di Felice Casorati.
Artista sensibile e profonda interpretò con eguale maestria il paesaggio, il ritratto e la natura morta, fu anche scultrice e poetessa.Esordì a Genova nel 1947 presso la Galleria Genova e L’Isola e nel 1953 presenta la sua prima Personale a La Spezia, Galleria Adel.Frequentò con regolarità i pittori liguri del tempo a lei più vicini per sensibilità e innovazioni stilistiche: Scanavino, Borella, Navone, Basso, Caminati, Fieschi ed altri.Pittrice sempre attenta all’elemento naturale,iniziò ben presto una profonda analisi introspettiva, dando rilevanza all’aspetto psicologico, come mezzo principale per esprimere il suo sentimento, la sua interiorità.Le opere degli anni Cinquanta, nelle quali prevale l’equilibrio compositivo, sono quelle probabilmente più vicine allo stile di uno dei suoi maestri: Felice Casorati.
Assumerà, in seguito, una propria autonomia che la porterà, specie nella ritrattistica, a raffigurare l’immagine pittorica in maniera assai nitida sulle tracce di un modello post cubista.Certamente determinante nella sua evoluzione artistica il Accatino ed altri) ed il successivo soggiorno parigino nel 1952.Pittrice, quindi, assai poliedrica, che ha compiuto nel tempo numerose esperienze al di fuori dell’ambiente ligure, senza però allontanarsene definitivamente.
Difatti, appare chiaro il suo legame con la pittura figurativa genovese tra ’800 e ’900 specie nel ritratto, dove la Saglietto approfondisce lo studio del personaggio quasi a carpirne i più profondi segreti. Per quanto riguarda l’attività di poetessa ricordiamo due importanti raccolte postume: “Poesie” del 1970 e “Silenzi d’acqua” del 1972.
In questo contesto mantiene rapporti epistolari con Angelo Barile e Camillo Sbarbaro.Assidua la sua partecipazione a mostre e rassegne sia in Italia sia all’estero.Dopo l’esordio nella Collettiva del 1947, a Genova, sempre nello stesso anno partecipa alla Mostra Sindacale di Belle Arti e, a Roma, alla Mostra Nazionale di Pittura Femminile.Nel 1948, Mostra Collettiva “Isola” e Mostra del Bozzetto.
Prese parte a numerose rassegne presso la Galleria Rotta di Genova, 1950-1957.Allestì Personali a Roma,nel 1955,a Milano nel 1966, a Varazze nel 1966, a Genova nel 1968.Partecipò alle Quadriennali Romane del 1951, 1955, 1959; alla Quadriennale di Torino del 1955; alla Biennale Internazionale del Mare, Genova 1951; alla Prima Rassegna della Pittura Ligure, Savona 1964; Mostra Commemorativa nel 1970 presso la Civica Galleria d’Arte il Rondò, Imperia. All’estero prese parte alle mostre collettive di New York e Praga.Ottenne, per la sua Arte, numerosi premi e riconoscimenti: Membro del Consiglio del Sindacato Regionale delle Arti, nel 1951; Borsa di Studio della Repubblica Francese, Parigi 1952; Premio Michetti, 1952 e 1955; Premio Marzotto, Roma 1953; Prima Rassegna di Pittura Ligure, Savona 1964 (Medaglia d’Oro); Premio Pittura Città d’Imperia, Imperia 1965 (medaglia d’oro).Rita Saglietto si spegne, prematuramente, a Natale del1968. Sue opere sono conservate in varie Gallerie pubbliche e private: Genova Nervi, Galleria d’Arte Moderna; Firenze, Museo Internazionale d’Arte Contemporanea; Pinacoteca Civica d’Imperia; Museo d’Arte Moderna, Spoleto; Imperia, Collezione Saglietto.

Liberty

 
 

   

5 novembre 2016 – 14 febbraio 2017, Fondazione Palazzo Magnani Reggio Emilia

A cura di Francesco Parisi e Anna Villari

Palazzo Magnani propone dal 5 novembre 2016 al 14 febbraio 2017 una spettacolare, ampia indagine sul Liberty in Italia. Sette sezioni che vedono riunite più di 300 opere: dipinti, sculture, grafica, progetti architettonici e decorativi, manifesti, ceramiche, selezionatissimi prestiti provenienti dai più importanti Musei italiani e da straordinarie collezioni private. Molti di questi prestiti sono frutto dei più recenti studi e escono dalle collezioni mostrandosi al grande pubblico per la prima volta.

Ogni sezione della mostra – dedicata al dialogo tra le diverse arti – mette in luce l’alternanza tra le due “anime” del Liberty italiano: quella propriamente floreale e quella “modernista“, più inquieta e vicina a influenze europee, che porterà da lì a poco alle ricerche delle avanguardie e allo sviluppo in chiave più stilizzata ed essenziale del linguaggio decorativo.

“All’interno di una idea più ampia e generale di “Liberty italiano” – anticipano i curatori Francesco Parisi e Anna Villari – abbiamo voluto porre a confronto le due diverse tendenze; cercando di assecondare in questo modo il dibattito storico artistico dell’epoca che individuava, come vera essenza del Liberty, la linea fluente, floreale e decorativa e, d’altra parte, recuperando il modello critico della letteratura coeva che identificava nel Liberty tutto ciò che era considerato moderno e di rottura, includendo quindi anche quelle esperienze non propriamente classificabili in Italia come floreali ma piuttosto moderniste o secessioniste”.

Il percorso della mostra si sviluppa secondo una scansione per sezioni “tradizionali”: pittura, scultura, decorazione murale, ceramiche, progetti di case d’artista (come chiave nuova per entrare nell’idea progettualedell’architetto che lavora, eccezionalmente e con la massima libertà espressiva, per se stesso), manifesti, illustrazione e grafica originale.
Filo rosso che collega tutte le sezioni: la linea grafica e la ricerca sul segno, che erano allora alla base della concezione progettuale e formale di ogni opera, sia di quella più propriamente fluente e floreale, sia di quella più severa e moderna. Si sono, infatti, accostati a pitture, sculture, ceramiche, grandi manifesti pubblicitari, i bozzetti preparatori, i cartoni per gli affreschi, i disegni relativi a vasi, illustrazioni, incisioni.
Una chiave inconsueta che rivela, entrando nel vivo del “fare” e nella mente dell’artista, la vera essenza concettuale ed espressiva del Liberty, un movimento, una tendenza e una moda che, a distanza di più di cento anni, non ha ancora esaurito il suo potere seduttivo.

ORARI
Dal martedì al giovedì 10.00-13.00/15.00-19.00
venerdì, sabato e festivi 10.00-19.00 – lunedì chiuso

INGRESSI
Intero € 11, Ridotto residenti € 10 , Ridotto € 9, Studenti € 5

ACQUISTA ON LINE I BIGLIETTI
E’ possibile saltare la coda e acquistare i biglietti online su musement.com importante marketplace italiano di mostre e musei ed esperienze di viaggio in tutto il mondo www.musement.com

AUDIOGUIDE
Comprese nel biglietto d’ingresso. Anche in lingua inglese.
Applicazione ufficiale Liberty in Italia disponibile gratuitamente sugli stores Android e iOs.

PACCHETTI TURISTICI
ITINERE – Club di Prodotto Reggio Tricolore
www.itinere.re.it – e-Mail: info@itinere.re.it – tel: work +39 0522 1696020

PER INFORMAZIONI E PRENOTAZIONI
Palazzo Magnani – Biglietteria Tel. 0522 454437 – 444446
www.palazzomagnani.it

info@palazzomagnani.it

per info sul Liberty in Liguria: www.pittoriliguri.info

 
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MART
 
Dopo il grande successo di Madrid giunge al Mart la grande mostra
“I pittori della luce. Dal Divisionismo al Futurismo”
a cura di Beatrice Avanzi, Daniela Ferrari e Fernando Mazzocca,
in coproduzione con la Fundación MAPFRE di Madrid.

l progetto espositivo, che comprende capolavori provenienti dalle Collezioni del Mart e prestigiosi prestiti pubblici e privati, narra le origini e lo sviluppo del Divisionismo, che ha svolto un ruolo fondamentale nel rinnovamento artistico italiano tra fine ‘800 e inizio ‘900, trovando il suo ideale seguito nell’avanguardia futurista.

Il Divisionismo si afferma nel 1891 alla Triennale di Brera, con la prima uscita “pubblica” di un gruppo di giovani pittori: Segantini, Pellizza da Volpedo, Morbelli, Longoni, sostenuti da Vittore Grubicy de Dragon. A partire da una rivoluzione visiva derivante dalle scoperte scientifiche sulla scomposizione del colore e incentrata sul potere espressivo della luce, cambiano anche i soggetti dipinti, tesi verso una modernità nei temi raffigurati che spaziano dai contenuti sociali, in un’Italia da poco unita ancora in cerca di una propria identità culturale, a soggetti più lirici legati alla tendenza internazionale del Simbolismo.

Sulla forza rivoluzionaria di questa nuova poetica e sulle sue basi tecniche nasce, all’inizio del ‘900, il Futurismo, movimento d’avanguardia ideato dal poeta Filippo Tommaso Marinetti, che irrompe sulla scena artistica nel 1910 con il Manifesto dei pittori Boccioni, Balla, Carrà, Russolo e Severini. La scomposizione della luce divisionista associata a quella della forma e a una vocazione alla rappresentazione del movimento e della velocità della vita moderna, capisaldi della poetica futurista, proiettano l’arte italiana nel cuore del coevo dibattito artistico europeo. È in questo confronto tra due generazioni che si definisce la nascita della pittura moderna in Italia.

Per conoscere i pittori divisionisti liguri: www.pittoriliguri.info

IMPRESSIONISTI A GENOVA

14 ottobre 2015 05:45 | 0 commenti

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Van Gogh, Renoir, Picasso, Kandinsky ed altri capolavori a Palazzo Ducale di Genova.

‘Dagli Impressionisti a Picasso.
I Capolavori del Detroit Institute of Arts’

E’ in svolgimento al Palazzo Ducale di Genova l’attesa mostra ‘Dall’impressionismo a Picasso’ che raccoglie 52 opere provenienti dal Detroit Institute of Arts. Si tratta di veri e propri capolavori dell’Ottocento e del Novecento che forniscono un’occasione unica per ammirare artisti come Van Gogh, Gauguin, Monet, Cézanne, Degas, Renoir, Matisse, Modigliani, Kandinsky, Picasso ed altri che hanno scritto, con le loro opere, pagine fondamentali della storia dell’Arte

La mostra sarà visitabile fino al 10 aprile 2016.

‘Dall’Impressionismo a Picasso’: breve guida alla mostra di Palazzo Ducale a Genova

Le 52 opere esposte nell’Appartamento del Doge del Palazzo Ducale di Genova, provengono dal Detroit Institute of Arts che ospita una delle più importanti raccolte delle avanguardie artistiche europee presenti sul territorio americano, grazie al mecenatismo dei primi industriali, tra i quali la famiglia Ford, che proprio a Detroit aveva fondato la sua azienda.

Il percorso espositivo della mostra ‘Dall’Impressionismo a Picasso’ è organizzato in ordine cronologico con l’ausilio di supporti didattici, utili ad inquadrare le opere nel loro contesto storico. Si parte con l’impressionismo, protagonista della prima sala, con opere di Monet, Pisarro, Renoir e due spazi monografici dedicati a Degas, presente con cinque tele tra cui le famose ballerine, e Cézanne, con quatto opere che ne sintetizzano tutti i campi di ricerca affrontati, dalla figura umana alla natura morta.

Si arriva nella sala più grande, della mostra, dedicata al passaggio dall’impressionismo alle avanguardie, rappresentato dalle opere di Van Gogh, tra cui il celebre ‘Autoritratto con cappello di paglia’, e dall’Autoritratto di Paul Gauguin. Una nota merita anche la corposa presenza nella mostra delle avanguardie tedesche, tra cui spiccano l’Autoritratto di Otto Dix, le vedute di Kokoshka e l’astrattismo colorato di Kandinsky.

La mostra si chiude con la sala dedicata a Picasso, con sei tele a rappresentare tutto il percorso creativo del genio spagnolo.

Appartamento del Doge, Palazzo Ducale

Piazza Giacomo Matteotti, 9  –  Genova

Fino al 10 aprile 2016

·       Orari:

lunedì, dalle 15 alle 19

da martedì a domenica, dalle 9.30 alle 19.30

venerdì e sabato chiusura alle 21.00

·       Biglietti:

intero 13€, ridotto 11€ (audioguida sempre compresa)

Infoline e prenotazioni: tel +39 0109280010

IL FUTURISMO

13 ottobre 2015 13:54 | 0 commenti
Il Futurismo
Movimento artistico italiano e internazionale nato con la pubblicazione nel 1909 a Parigi del manifesto omonimo ad opera del fondatore ufficiale Filippo Tommaso Marinetti e al quale aderiscono tra gli altri i pittori Boccioni, Carrà, Russolo, Severini, Balla, Depero, l’architetto Sant’Elia, il cineasta e fotografo Bragaglia.
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Antonio Sant’Elia
Presupposti formali del futurismo sono la scomposizione divisionista del colore e cubista della forma, ma la caratteristica saliente del movimento è il suo spirito vitalistico, ai limiti dell’anarchia, e l’adesione totale alla vita moderna, al progresso, al mito della velocità e della macchina, ai ritmi dinamici della nuova realtà di una società ormai totalmente industrializzata.
Il movimento, il gesto e la parola entrano nell’opera non come realtà fissate in un attimo irripetibile come nell’impressionismo, ma nel loro ripetersi, nella progressione del loro dinamico accadere, costituendosi in un nuovo linguaggio, concitato e rutilante, esplosivo, carico di tensione drammatica.
La totale ed entusiastica adesione alle caratteristiche del tempo porta anche i futuristi a vedere positivamente l’esperienza interventista che conduce alla prima guerra mondiale e successivamente del movimento fecero parte artisti coinvolti in prima persona nella politica culturale fascista come Sironi o altri massimi rappresentanti del ritorno all’ordine propugnato da quel regime.
Dopo la seconda guerra mondiale, nonostante che  i componenti del gruppo abbiano avvertito la crisi sociale e politica del dopoguerra e ormai spento gli entusiasmi eroico – combattivi per rivolgersi ad un approfondimento più interno alla forma, la vicinanza col fascismo causa una condanna ideologica del Futurismo di cui viene più tardi però riconosciuta l’importanza fondamentale e la natura anticipatrice degli sviluppi dell’arte moderna.
Nel primo decennio del ‘900 si verifica a Roma un radicale mutamento rispetto alle correnti neo-rinascimentali e preraffaellite che hanno dominato la scena artistica italiana nel decennio precedente, soprattutto per merito di alcuni personaggi che, con formazione di pensiero e di idee diverse, sensibili al socialismo e al nuovo credo nelle correnti divisionistiche e simboliste, giungono nella capitale del Nord Italia, tra cui Giacomo Balla, Giuseppe Pellizza da Volpedo e Giovanni Prini.
Costoro, insieme ad altri, musicisti, poeti e letterati, formano una vivace isola di cultura anti-borghese, di opposizione al genere tardo ottocentesco e al facile divisionismo applicato al ritratto e alla scena intimista, che anima le esposizioni annuali degli “Amatori e Cultori”. Gli interessi dominanti di questa cerchia di artisti che ha poco sostegno dall’ambiente circostante sono rivolti verso le scienze, la filosofia e il pensiero sociale, la curiosità per ideologie diverse (Marx, Nietzsche, Schopenhauer, Tolstoj), la comprensione delle relazioni fra l’arte e i fatti politici ed economici. Ciò che viene realizzato segna una radicale rottura con lo storicismo ed il verismo e porta invece all’indirizzo comune di un’arte legata alla vita contemporanea, capace di comunicare contenuti psicologici e oggettivi.

I risultati non sono omogenei, né circoscrivibili ad una tendenza definita. Le figure maestre sono soprattutto Balla, Prini, Cambellotti e Boccioni, quest’ultimo elemento trainante del gruppo. In tutti questi artisti dominante è la tendenza alla sintesi, l’abbreviazione e la stilizzazione, fino alla deformazione espressiva per lasciare emergere l’anima delle cose.
Un valore assolutamente nuovo è assegnato dalle nuove ideologie all’intuizione, facoltà che coglie il dinamismo, il continuo fluire della coscienza, mentre si ricollega ad una tradizione spiccatamente italiana lo slancio nazionalista, che  come vedremo darà un figlio eroico all’esaltazione del progresso e della modernità.
 

Filippo Tommaso
Marinetti
La pittura pre-futurista riesce così a sbloccare una situazione di stasi e provincialismo attraverso il diritto dell’artista di affermare la propria individualità, di porsi  in sintonia con il proprio tempo e fare dell’arte un’esperienza totalizzante, identificatesi con la vita stessa.
E’ in tale contesto che Filippo Tommaso Marinetti scrittore e teorico, dà vita al movimento futurista, partendo da istanze di rinnovamento di tipo letterario,  pubblicando nel 1909 il Manifesto del Futurismo su “Le Figaro”, dove scaglia il primo sasso contro un passato opprimente, attraverso il suo linguaggio onomatopeico: “… fondiamo oggi il Futurismo, perché vogliamo liberare questo paese dalla fetida cancrena di professori, d’archeologi, di ciceroni e d’antiquari”. 
 
“I tempi evolvendosi impongono nuove realtà e rinnovati mezzi tematici, formali e linguistici in grado di rappresentarne la quintessenza.”
In questo senso i manifesti vengono considerati i fondamentali mezzi di comunicazione privilegiati per la diffusione di nuovi valori estetici e comportamentali al punto che dal 1909 al 1916 ne vengono resi  pubblici oltre cinquanta sui più disparati argomenti.
L’ideologia del movimento coinvolge tutti i piani dell’esperienza: dall’arte alla politica, dal costume alla morale, basata su una fede nel primato della vita, della creatività e dell’azione, oltre la ragione e i passati sistemi di pensiero.
 
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Russolo
Marinetti raccoglie con molto entusiasmo nel 1910 Boccioni, Russolo e Carrà che vanno a proporgli un proclama sulla pittura, firmato anche da Balla e Severini, nel quale, con tono aggressivo viene disprezzato l’accademismo, il classicismo, e tutto ciò che di antico vi è nell’arte di quel periodo.  Il Manifesto Tecnico della Pittura Futurista enuncia: “… Il gesto, per noi, non sarà più un momento fermato dal dinamismo universale: sarà, decisamente, la sensazione dinamica esternata come tale. Tutto si muove, tutto corre, tutto volge rapido. Una figura non è mai stabile davanti a noi, ma appare e scompare incessantemente”… “I pittori ci hanno sempre mostrato cose e persone poste davanti a noi. Noi vorremmo lo spettatore nel centro del quadro”.
Si dichiara che la sensibilità moderna ha acuito la facoltà dello sguardo e che i colori devono urlare la loro iridescenza e il loro splendore, in una radiosa visione luminosa.
Tramite
Severini, stabilitosi a Parigi già dal 1906, i compagni del Futurismo vengono informati di tutte le novità artistiche e avvenimenti culturali che avvengono nel resto dell’Europa, in special modo riguardanti il Cubismo e le diverse tendenze che vanno formandosi in seno ad esso. E’ solo alla fine del 1911 che da parte di Boccioni e Carrà avviene la conoscenza diretta delle opere cubiste, al Salon de l’Automne, in cui sono esposti i lavori dei maggiori cubisti. La maggiore preoccupazione rimane comunque per i futuristi l’idea di creare una pittura nuova, ad immagine dei tempi moderni, cercare un’espressione formale che uguagli la foga dei loro discorsi e sia libera da qualsiasi vincolo con il passato. Ed è proprio attraverso il confronto con i cubisti che emergono nuove soluzioni pittoriche, pur rimanendo centrale per i futuristi rappresentare l’essenza stessa della velocità, mentre per i cubisti lo è la rappresentazione dell’essenza del soggetto.
Pittoricamente la grande differenza è proprio questa: se la visione francese è “classica” e statica gli italiani intuiscono invece di dover rappresentare la realtà in movimento, la percezione cioè che unisce la mobilità dell’occhio all’ininterrotto mutare della realtà. Per raggiungere effetti di dinamicità e vibrazione della superficie pittorica i futuristi ricorrono a forme divisioniste, legate sia al realismo sociale di Morbelli e Pellizza da Volpedo che al
simbolismo di Gaetano Previati.
 
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Umberto Boccioni
Le due soluzioni fondamentali della rappresentazione futurista sono quelle di Umberto Boccioni e Giacomo Balla.
Umberto Boccioni (1882-1916 – “La città che sale”, 1910-11; “Stati d’animo- Gli addii”, 1911; “Visioni simultanee”, 1911; “Forme uniche nella continuità dello spazio”, 1913) frequenta lo studio di Balla a Roma dal 1901.
Dopo le prime opere ancora fortemente legate al simbolismo e al divisionismo egli inizia un lavoro di ricerca sulla rappresentazione dell’identità spazio-temporale attraverso l’istanza, propria della poetica futurista, di “simultaneità dinamica” delle forme e dei valori cromatici, realizzata mediante accostamenti di colori complementari, per meglio giungere alla fusione tra oggetto e ambiente.
Egli introduce il concetto delle linee forza, come principio assoluto di dinamicità, come nel dipinto “La città che sale”, uno dei quadri maggiormente anticipatori del XX secolo, in cui la rappresentazione del movimento è ottenuta attraverso un incalzare di forma-colore lungo la diagonale del dipinto, da destra verso sinistra: una sorta di onda che tutto travolge al suo passare avvolgendo in un vortice questa periferia italiana che perde forma, contorni, dimensione, quasi anticipando i getti di materia dell’ancor lontana action painting.
Giacomo Balla (1871-1958 – “La pazza”, 1905; “Compenetrazioni iridescenti”, 1912-14; “Ragazza che corre al balcone”, 1912; “Velocità astratta + rumore”, 1913-14) è maggiormente interessato all’analisi oggettiva e scientifica della scomposizione della luce in relazione al movimento, che rappresenta in modo cronofotografico (dai risultati della cronofotografia di Etienne Jules Marey a cui  si rifanno i fotografi futuristi nel tentativo di rendere visivamente la velocità e la traiettoria di un corpo nello spazio). Questa infatti la chiave di lettura di un’opera come “Ragazza che corre al balcone”, simile al risultato ottenibile se si impressionassero su una pellicola diversi istanti statici di una figura in movimento.
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Giacomo Balla
 
Totalmente astratte sono le opere di Balla a partire dal 1913 in cui egli esemplifica il suo personale concetto di “dinamismo”, inteso soprattutto come traiettoria cromatica e luminosa, ritmata da chiaroscuri che movimentano, nel loro succedersi, l’intera composizione.
Gli esiti compositivi perseguiti dai vari artisti futuristi nell’elaborazione degli stessi concetti appaiono differenziati e tra loro emergono elementi autonomi: in Carrà il colore va aggregandosi come in una struttura molecolare e a scansione ritmica, sintesi di cubismo e futurismo (“La Galleria di Milano”, 1912; “Donna al balcone”, 1912); in Boccioni, come abbiamo visto, la sua profonda sensibilità luministica, unita alla percezione del movimento, crea nella tela una accentuata tensione lineare; in Severini prevale la sinuosità del disegno e la frammentazione delle figure, creando vivaci intonazioni timbriche (“Dinamismo di una danzatrice”, 1912); Balla studia il susseguirsi delle forme azionate da un ritmico spostamento sulla superficie del quadro (oltre all’opera già citata “Bambina che corre sul balcone” del 1912, esemplare è “La mano del violinista” dello stesso anno).
I futuristi si presentano sulla scena francese nel 1912 alla galleria parigina Bernheim Jeune alquanto aggressivi e provocatori, scatenando reazioni immediate: in realtà molta della loro forza si basa proprio su questo modo singolare di farsi pubblicità e di asserire la propria individualità.
 
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Gino Severini
 
Ulteriormente diverso è il lavoro di Gino Severini (1883-1966) che a Parigi vive il periodo del cubismo sintetico, i cui valori entrano nelle sue opere attraverso la rielaborazione di spunti suggeritigli dalla realtà, dalla Tour Eiffel alla gioia di vivere dei brulicanti boulevards. Egli utilizza anche, a partire dagli esempi di Braque e Picasso, la tecnica del collage, introducendo sulla superficie del dipinto frammenti di carta, oggetti di bigiotteria e pezzi di stoffa, sulla scia del “polimaterismo” coniato da Boccioni con l’intento di giungere all’unione del dato reale con quello pittorico: la sintesi da sempre perseguita tra oggetto e ambiente.
Per anni i futuristi si trascineranno in polemiche che, se da un lato allargheranno il campo d’azione a un ambito più internazionale, dall’altro creeranno diffidenze tali da restringere l’orizzonte della loro partecipazione. Marinetti, già dal 1912, cerca di diffondere le poetiche futuriste in Inghilterra, che si dimostra all’inizio pronta ad accogliere le nuove teorie meccanicistiche sulla velocità, ed in Russia poi, nel 1914, attivo centro al corrente di tutte le esperienze avanguardiste.
Numerosi altri manifesti vengono lanciati in quegli anni, come quello della scultura, in cui Boccioni esplora anche le possibilità dinamiche della forma plastica, creando insiemi scultorei di intensa complessità spaziale;
Sant’Elia scrive un testo sull’architettura ed intanto si accolgono i nuovi adepti quali Depero, Sironi, Prampolini, Rosai, Morandi, Arturo Martini.
Lo scoppio della prima guerra mondiale vede la poetica futurista impegnata nell’esaltazione della lotta e nell’ideologia interventista, legate ad una precisa volontà di “rigenerare” il mondo secondo i nuovi ritmi dettati dalla produzione industriale e i miti della macchina; confidando in questi la visione futurista della realtà è , malgrado la guerra, giocosa ed ottimista.
E’ attraverso tale concezione che si spiegano opere come “Insidie di guerra” di Balla del 1915, caratterizzate da un’accesa ed essenziale cromia e dall’andamento di forme fluttuanti nello spazio.
 
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Fortunato Depero

Enrico Prampolini
 
Nello stesso anno la stesura del “Manifesto della ricostruzione futurista dell’Universo”, firmato da Balla e Fortunato Depero (1892-1960) apre la seconda fase del Futurismo, che, dopo la morte di Boccioni e Sant’Elia in tempo di guerra, tenta di superare la crisi apertasi al suo interno. Il tentativo di “… ricostruire l’Universo rallegrandolo, cioè ricreandolo integralmente …” si estende alla progettazione e produzione di una vasta gamma di oggetti ed arredi: nasce il “giocattolo futurista”, il “vestito trasformabile”, ed altri congegni che ripropongono ancora in definitiva il mito della macchina.
Al proposito Enrico Prampolini (1894-1956) firma il manifesto “L’arte meccanica” e quello sulla “Scenografia futurista”, con il quale  si impone tra le due guerre come uno dei protagonisti del rinnovamento della messa in scena internazionale.
In Russia il futurismo raggiunge uno dei massimi vertici di espansione; inizialmente definendosi attraverso il termine cubofuturismo, che raccoglie personalità artistiche: pittori cubisti e poeti futuristi, uniti nel preciso intento di rinnovamento culturale, tra cui V. Majakowsky V. Tatlin, K. Malevic, N. Goncharova e M. Larionov.
Per notizie sui fittori futuristi liguri: www.pittoriliguri.info

 

 

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